IL Signor Direttore


La mascherina al lettore e altri dettagli

Una decina di anni fa, una sera di novembre, ero a Bologna. Il Giornale mi aveva spedito lì per seguire annessi e connessi della lectio magistralis del politologo Bernard Manin, autore di Principi del governo rappresentativo, pubblicato dal Mulino. Alla cena d’onore c’era anche Romano Prodi e non so per quale caso o disguido...

... il mio posto a tavola era a poche persone di distanza da lui. Fu così che godetti di un saporito fatterello mondano. Capitò infatti che finito di cenare – il cibo non fu granché – Prodi s’abbioccasse in modo plateale. Ronfò alla grande per dieci minuti buoni, con nessuno che gli diede di gomito e tutti che parlavano o facevano finta di parlare, naturalmente, della democrazia e dei suoi princìpi (per un momento, ricordando la scena, invero un po' decadente, sono stato tentato di accentare sulla prima “i”).

Io ero basito. Vengo da una famiglia “semplice” (eufemismo) e la straordinaria self confidence, l’incredibile rilassatezza che alcuni uomini di potere hanno nelle occasioni pubbliche mi stupisce ancor oggi, figuriamoci la capacità di addormentarsi a tavola: c’est pas possible!

Comunque telefonai in redazione e chiesi se per caso fossero avanzate in pagina cinque righe per me, un boxino, uno spillo, un piccolo spazio per qualcosa di pungente. C’erano. Fu così che raccontai dell’abbiocco prodiano, a contorno della mia lunga e farraginosa apertura su Manin e la sua noiosissima lectio. 

C’è da dire che i quotidiani son sempre vissuti anche di queste cose e io ero lì, e i lettori no, e non è forse una gran legge del mestiere che il buon giornalista dev'essere gli occhi e le orecchie del lettore? Il giorno dopo, non ricordo più nemmeno da chi, ricevetti la classica telefonata: “È per caso lei l’autore di quello spillo così irrispettoso?”. Gli spilli, infatti, si usa non firmarli. Business as usual. Non me la presi perché io andavo – e vado – pazzo per ogni genere di dettaglio, di aneddoto da due soldi, dove però vive, e per cui talora sopravvive, il personaggio.

Prima di spiegarvi perché sto tirando fuori questa storiella, ve ne racconto un’altra simile, giusto per divertimento (presumibilmente è sabato mattina, avete appena versato il caffè dalla moka – perché il caffè si fa con la moka, non con le capsule – e state leggendo Zafferano sullo smartphone o sul tablet). Eccola.

Sempre in quell’epoca, una sera ero a Milano al Circolo della Stampa per seguire il convegno “Mario Spagnol, maestro dell’editoria” (nel decennale della scomparsa). Occasione soporifera, infatti il giorno dopo uscì un mio resoconto dove dichiaravo che persino ai personaggi del famoso dipinto di Bernadino Palazzi (Paolo Monelli, Orio Vergani, etc.) vicino alla Sala Bracco s'erano abbassate le palpebre dal sonno, per via della scadente verve degli oratori. Come sempre fu un dettaglio a salvar la serata.

A un certo punto mi trovai in un capannello di gente dov’era anche Umberto Eco, che si accorse subito che ero un giornalista “di quell’altra parte” (adoravo lavorare per il Giornale, una volta in metropolitana sfiorai la rissa perché avevo una copia del quotidiano sotto il braccio; in quegli anni lo sprezzo per il centrodestra era alle stelle, molti non se lo ricordano, quel che accade oggi è acqua fresca). Insomma, Eco mi guarda, alza la gamba destra, solleva un poco l’orlo dei pantaloni e mi chiede: “Vuoi sapere di che colore porto i calzini?” - “Da lei vorrei sapere tutto, professore” – “Azzurri! Calzini azzurri!” – “Ah! Davvero notevole!”.

Capii all’istante che Eco si riferiva al famigerato servizio andato in onda pochi giorni prima su Canale 5, dove il giornalista aveva “pedinato” il magistrato Raimondo Mesiano fin dentro la sua vita quotidiana, dipingendolo come un personaggio stravagante, addirittura un indossatore di calzini celesti “di quelli che in tribunale non è proprio il caso di sfoggiare”.

A quel tempo la cosiddetta “macchina del fango” girava a pieno regime da ambo le parti, 24/7, e l’intera stampa nazionale nel suo complesso era un romanzo degno della Commedia umana di Balzac. Mesiano, per chi non lo ricorda, è il magistrato che aveva appena condannato Fininvest a pagare una multa di 750 milioni di euro alla Cir di Carlo de Benedetti (Lodo Mondadori). Non bastasse, in quei giorni aveva appena ricevuto una promozione dal Csm.

Eco, indossando un paio di calzini azzurri, aveva voluto esprimere in pubblico una sorta di solidarietà politica. E io, di nuovo, ero lì (è sempre un gran vantaggio, per i giornalisti, “essere lì”). Telefonai in redazione, chiesi più righe per il pezzo sul convegno e ci infilai dentro questo e altri dettagli. Fosse mai che qualcosa andasse perduto: terribile caducità degli attimi! I tedeschi la chiamano “Vergänglichkeit des Lebens”, un’espressione intessuta di tristezza, come se tutti gli attimi della nostra vita, anche i più significativi, non fossero altro che una pioggerellina costante che cade monotona, in un grigio pomeriggio d’inverno, sul fradicio terreno del Nulla. La serata finì bene, Eco era simpatico.

Dicevo, prima dell’intermezzo col semiologo, che avrei spiegato la ragione per cui ho tirato fuori la storiella della cena bolognese, quella con Prodi. Ebbene, fu proprio in uno di quei due giorni a Bologna che incontrai Stefano Feltri, che oggi è il direttore del Domani, il quotidiano di Carlo de Benedetti che arriverà in edicola a settembre, con la vendemmia, o con le foglie morte. 

Non ricordo se fu al cocktail d'arrivo o poco prima dell'abbiocco prodiano. Entrambi in piedi fra gli invitati, tentai di far con lui le solite quattro chiacchiere tra colleghi, per giunta coetanei, ma Feltri fu scostante, allora come oggi. Dopo pochi minuti ci separammo. Non l'ho più rivisto, se non in tivù, e di certo lui manco si ricorderà di quel poco di conversazione. A proposito di dettagli, ricordo che in quel momento io avevo in mano un whisky (perché ero un lettore di Hunter S. Thompson e volevo vivere il giornalismo in quel modo lì) e lui niente, neanche uno spumantino. Si guardava intorno.

Però, in queste ultime settimane, ricevo da Stefano Feltri molte email, o meglio, non voglio millantar credito: molte newsletter da lui firmate. Fanno parte della promozione del Domani. Servono a fare, come si dice, “community” e a proporre abbonamenti. In queste newsletter Feltri elabora in diretta la linea editoriale del Domani. L’operazione è interessante come lo è sempre, per gli addetti ai lavori, il pensamento e il farsi di un quotidiano in vista del numero zero.

Nella newsletter di oggi (25 giugno) Feltri parla di clima, argomento di cui non si è occupato granché in passato e di cui confessa di aver capito tardivamente l’importanza. Il Domani – scrive Feltri – “sarà la mascherina scomoda da indossare quando ancora non vi sembra necessario. Vi racconteremo la catastrofe climatica in un modo che non vi piacerà, perché la tratteremo come un problema immediato”. 

È una frase rivelatrice di tutto un mondo e una modalità di pensiero. Da essa potete immaginare fin d’ora quale sarà l'agenda e la linea del Domani. Certo viviamo in tempi interessanti: una volta i quotidiani lottavano contro il bavaglio alla stampa, adesso vogliono mettere la mascherina al lettore.

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