IL Signor Direttore


Fare scouting su Twitter tra statue abbattute

Adesso vi racconto una cosa che nei quotidiani cartacei e digitali accade di rado e che invece qui a Zafferano abbiamo in mente di rendere prassi comune.

Da anni trovo che Twitter sia un passabile strumento per stimolare la riflessione culturale e politica, nonostante le invisibili censure cui sottopone gli utenti - censure che lo condanneranno al declino.

A patto di seguire le persone giuste – evitando cioè attori, narcisisti ansiosi e politici – e di voler andare oltre il furbo e rassicurante metodo per cui, alla fine, si preferisce tagliare il nodo di Gordio di una discussione intellettuale con una singola battuta affilata e sterile, si possono trovare ancora oggi, su questo social network, autentiche oasi di discussione serrata, financo complessa. 

Ad esempio, nell'ultima settimana è andato avanti per giorni un notevole thread- stimolato dal nostro Roberto Dolci, coadiuvato dalla new entry Giordano Alborghetti, titolare su Zafferano della rubrica Linux Pub - sulle implicazioni del software libero, sulla necessità di capire cosa sia e sul suo ruolo di "difensore" rispetto alla manciata di multinazionali che ci controllano e ci tengono sul "divano". Al thread hanno partecipato in tanti, con alcuni affezionati lettori di Zafferano che, per timidezza, intervenivano con messaggi privati. Discussione infine ottima, feconda per tutti.

In un contesto dialettico simile, politici ed editorialisti ne escono massacrati, poiché non possono più "megafonare" contenuti senza incorrere in un contraddittorio impietoso. Consci di questo, hanno smesso di replicare alle osservazioni dei propri follower e hanno adottato un paio di strategie a mio parere controproducenti: 1) sganciare post sommamente divisivi e lasciare che sotto di essi si scateni il sabba dei contestatori e dei troll, 2) bloccare i dissenzienti e creare sotto ogni post una splendida barriera corallina di yes-men.

Entrambi i casi mi vengono presto a noia intellettuale, infatti li evito. Preferisco – ed è un paradosso visto il numero limitato di battute a disposizione per ciascun post– quel Twitter dove si discute senza frusta e senza martello ma in modo incalzante, ciascuno avendo a cuore la ricerca e l’ottenimento di qualche piccola verità definitiva, ciascuno obbediente sempre e solo a uno dei più bei motti della cultura occidentale: Amicus Plato, sed magis amica veritas (un'eresia, per i giornalisti).

Seguendo questa inclinazione per le quaestiones disputatae, navigo su Twitter senza tetto né legge, "cuorando" pensieri stimolanti da qualsiasi parte arrivino, indifferente ai nom de plume dei loro autori, un anonimato dietro il quale può anche nascondersi un animo coerente, un cervello sveglio, un cuore colmo di vivide letture. Sto addirittura coltivando, negli ultimi tempi, la tentazione di intervistare o far scrivere su Zafferano alcuni di coloro che seguo. Per questa strada sono diventato, non ricordo più neanche quando e perché, follower di Pupi18054216.

Non chiedetemi chi sia, non lo so. Una settimana fa, dopo mesi che la vedevo scrivere con cognizione di causa, da vera insider, di come in Italia si stia facendo strame delle "vecchie" biblioteche, soprattutto quelle degli atenei, ho alzato lo smarphone e le ho scritto un direct message chiedendole un pezzo per Zafferano: «Non lo prenda - le suggerivo - come un pezzo engagé ma come un’occasione per riorganizzare i suoi tweet su quel che sta accadendo e per dare ai lettori di Zafferano un articolo strutturato che non imponga quell’andirivieni del pensiero tipico di Twitter; insomma, mi dia, se vuole, un testo apòta su cui tutti possiamo riflettere».

Naturalmente e dietro sua richiesta ho dovuto garantire a Pupi - incerta sulla mia proposta - l’anonimato totale: nel senso che nemmeno io, il "Signor Direttore", so ancora oggi chi sia. L’articolo mi è arrivato da una email fittizia. Dopo averlo letto, la mia reazione è stata: "Ottimo, sa quello che scrive, lo vive, faccio due verifiche sui contenuti e glielo pubblico, chiunque sia". Lo trovate in questa edizione di Zafferano.

Nei giornali "tradizionali" questo non può accadere. Anche solo nelle segrete stanze, l'autore di un articolo è sempre conosciuto per nome e cognome, non fosse altro che per fargli il bonifico del compenso, per questioni di eventuali querele o perché è amico/amante di qualcuno. Pure il cosiddetto giornalismo partecipativo, il sopravvalutato citizen journalism - quando non è uno strumento di marketing o di taglio dei costi nelle mani di un editore - chiede ai propri collaboratori un'identità.

Quello che voglio dire è che se giornali e giornaloni, in una situazione di discussione caotica e "a somma zero" come l'attuale, non tornano ai contenuti che è importante leggere al di là di chi li scrive e non abbandonano in fretta le "grandi firme", si assicureranno soltanto un ulteriore passo in discesa. Le "grandi firme" hanno già perduto il loro valore di garanzia di alcunché, servono soltanto ad aggregare consenso (o dissenso, ma non a informare). In generale, gli articoli non si leggono quasi più, gli si dà giusto una scorsa e si ritaglia la jpeg del titolo ad uso social. End of story.

L'anomimato è stato uno dei principali motori di sviluppo di internet, e una delle ragioni del suo successo, potrà esserlo anche della ripartenza del giornalismo. Ne parleremo ancora.


PS

L'articolo di Pupi, che riguarda la dismissione all'interno di alcune discipline specifiche di un largo patrimonio culturale con la scusa dell'upgrade digitale, cade in Zafferano in un momento giusto ancorché drammatico. Su entrambe le sponde dell'Atlantico non si contano le statue abbattute da folti gruppi di ignoranti, sedicenti anti-razzisti. Video orribili, che provocano una stretta al cuore. Sono, questi, fatti gravi, anche se l'alacre "giornalista relativista", sorta di cameriere presente in tutti gli schieramenti politico-redazionali, tende a minimizzarli, a ironizzarci su, a sorriderci sopra (boxino+battutina di tolleranza). 

Per dirne altri due, di segnali nemmeno più deboli, a Milano un gruppo di "sentinelli" ha chiesto la rimozione della statua di Indro Montanelli dai Giardini pubblici, perché il giornalista a suo tempo sposò un'adolescente in Eritrea, e in Svizzera uno dei principali attori della grande distribuzione ha ritirato dagli scaffali "a causa del dibattito in corso" i famosi dolci moretti, in tedesco "Mohrenköpfe", teste di moro. Si potrebbe continuare l'elenco per pagine, ma non occorre. Sono tutti prodromi a violenze ben più sanguinose.

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Zafferano

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In questo numero hanno scritto:

Giordano Alborghetti (Bergamo): curioso del software libero, musicofilo, amante del mare
Tommy Cappellini (Lugano): lavora nella “cultura”, soffre di acufene, ama la foresta russa
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale, follower di Seneca ed Ulisse, tifoso del Toro
Pietro Gentile (Torino): bancario, papà, giornalista, informatico
Giovanni Maddalena (Termoli): filosofo del pragmatismo, della comunicazioni, delle libertà. E, ovviamente, granata
Barbara Nahmad (Milano): pittrice e docente all'Accademia di Brera. Una vera milanese di origini sefardite
Pupi18054216 (Genova): linguista resistente. Libera pensatrice
Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro