IL Signor Direttore


Un esperimento per voce sola

Edizione speciale questa di Zafferano. La novità lampante è il Cameo podcast scritto e "doppiato" a voce da Riccardo Ruggeri.

Si tratta di un'operazione innovativa, zafferaniana in purezza, da non confondere con altre simili. Vediamo perché.

Di solito le testate digitali, e ancor più spesso la versione digitale degli ormai vetusti quotidiani cartacei, hanno un loro specifico modo di trafficare con i podcast audio e video. Quando accade un fatto che può far discutere per una giornata intera - specie se è un fatto di politica politicante nazionale - le firme più famose della versione cartacea (giornalisti nativi digitali che siano anche volti celebri ce ne sono ancora pochi) vengono chiamate a fare un video di due o tre minuti. In esso viene proposto al lettore un commentino da bar, solo in linguaggio più controllato e forbito. In sostanza, un mini-editoriale servito al volo al bancone del web. Spente le videocamere, se ne fa un montaggio veloce, magari una sottotitolazione per chi lo vuol vedere in un ufficio (sono molte le notizie che vengono consumate clandestinamente quando si dovrebbe fare altro), e poi via, lo si getta sul sito e, attraverso i social, in giro per la Rete a raccogliere viralità. In altre parole: si cerca come al solito di far presenza, se poi non si ha nulla da dire o l'analisi è troppa prematura o zoppicante, amen.

L'ottica è quella di mescolare la "carica" digitale con la presunta gloria argomentativa delle firme più seguite, di far vedere che la testata "è sul pezzo" e ha la capacità di mobilitare all'istante sia il reparto tromboni che quello informatico, così che i click e gli ascolti aumentino per il piacere di tutti. Più che nella categoria giornalismo, siamo in quella dell'infotainment. Tali video sono come pillole che vengono inghiottite e subito evacuate, in un ciclo continuo dove coloro che credono di dire qualcosa di interessante fanno, guardati dalla giusta angolazione, la figura di maîtres ne pas penser. La forza intellettuale di questi interventi è pari a zero. Quando li si ascolta fumando una sigaretta, non si sa se dare più importanza alle parole o alle volute di fumo che s'alzano azzurre per la stanza. 

A Zafferano queste cose ce le siamo buttate alle spalle, poiché spazientiti, annoiati, insofferenti, apòti. Ci rispecchiamo meglio nel formato Cameo di Riccardo Ruggeri: pur essendo spedito e brillante nello stile, per essere letto il Cameo richiede una predisposizione particolare, un'attenzione difficile da definire, si vorrebbe dire: quasi un'amicizia. Spesso - ci scrivono gli abbonati - viene riletto dopo qualche giorno. Non basta una sigaretta per dimenticarlo. Ogni Cameo ha una parte effimera e una durevole: ed è quest'ultima che molti usano per tonificare il proprio rapporto con la realtà quotidiana.

Il fatto che in questa edizione di Zafferano, la numero 62, il Cameo sia "doppiato" a voce dal proprio autore gli conferisce un ulteriore valore inedito. A mia memoria non conosco editorialista che abbia fornito al pubblico un proprio articolo tal quale, doppiandolo con la propria voce, su un duplice supporto (scritto e audio).

La ballata del due giugno venti venti non potrete ascoltarla pensando ad altro, guidando l'auto o cucinando: è un podcast che richiede un ascolto attivo e partecipato, dura oltre nove minuti, un tempo eccessivo per la soglia di attenzione del web, ed è fatto di parole, di carne e di sangue. Tutto di guadagnato per la tesi che vi è esposta. 

Il Cameo podcast è anche un doppio salto mortale nella professione, un ritorno alle origini, un giornalismo individuale e non aziendale. Spieghiamoci. Il giornalista è uno che di solito mette (o è costretto a mettere) una distanza tra sé e i fatti di cui deve riferire, e spesso la mette così lunga da diventare, sovente, un gran cinico. Se è umano, e non solo un automa della cronaca, l'unica risorsa che gli resta per donare agli altri qualcosa di sé come persona, mentre è costretto a togliere loro qualcos'altro di sé, è lo stile.

Ma ben presto il nostro giornalista si accorge che anche questo è insufficiente: con lo stile riesce a mentire più di prima, a riciclarsi più di prima. Ci sono intere redazioni che hanno seguito questa strada negli ultimi anni. Che fare, allora? Semplice: via lo stile, dentro la voce. Con la voce il giornalista riesce a mentire meno, quando registra un podcast in solitudine il lavoro che deve fare su di sé è più attento, più scarno, più diretto.

Un tempo si diceva: lo stile è l'uomo, e la fregatura l'abbiamo ormai assimilata. Dare dunque "voce", e non solo stile, agli articoli che scriviamo: un bel programma, qui a Zafferano. Per fortuna siamo apòti, come quel Prezzolini che fondò, non per caso e per l'appunto, La Voce.

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Zafferano

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In questo numero hanno scritto:

Giordano Alborghetti (Bergamo): curioso del software libero, musicofilo, amante del mare
Umberto Pietro Benini (Verona): salesiano, insegnante di diritto e di economia, ricercatore di verità
Tommy Cappellini (Lugano): lavora nella “cultura”, soffre di acufene, ama la foresta russa
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
Giovanni Maddalena (Termoli): filosofo del pragmatismo, della comunicazioni, delle libertà. E, ovviamente, granata
Barbara Nahmad (Milano): pittrice e docente all'Accademia di Brera. Una vera milanese di origini sefardite
Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro
Roberto Zangrandi (Bruxelles): lobbista
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale, follower di Seneca ed Ulisse, tifoso del Toro