IL Signor Direttore


Il colore verde

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L'argomento non è dei più interessanti, spiace persino parlarne, ma è un'ulteriore occasione per mettere alla prova il proprio essere apòti e per fare un po' di amarcord da vecchi reporter. 

Domenica scorsa è stata riportata in Italia Aisha, che è scesa dall'aereo avvolta in un manto verde pallido. "Verde islamico" hanno specificato tutti, dal momento che lei stessa ha dichiarato fin da subito la propria conversione, anche se - permettete questo inciso colpa di una mia vecchia passione del tempo che fu - quando sento di un colore verde collegato all'Islam penso sempre al quadrante del Patek Philippe World Timer "Mecca Edition", un'edizione limitata del 5130P in soli 150 esemplari in platino e riservata al Medio Oriente, dove sul settore dei fusi orari di solito riservato a Mosca o a Doha v'è scritto, invece, il nome della Mecca. Gran pezzo. Sold out appena uscito. Un piccolo quadrante verde smeraldo davvero di fuoco, dalle linee molto concentrate, mica una lenzuolata d'ospedale. Comunque preferisco il colore azzurro, tante volte ammirato in giro per l'Iran. Fine dell'inciso.

Il ritorno della figliola prodiga dei valori europei - d'altro non si tratta - ha dato la stura a varie passerelle mediatico-politiche e strumentalizzazioni intellettuali. Vediamone alcune.

Circa i red carpet, avendo tempo, bisognerebbe scrivere una raccolta di recensioni dei vari "ritorni in Italia" di persone sequestrate all'estero e dell'accoglienza loro riservata, da vivi o da morti: sarebbe una passabile storia della Repubblica. Dalla memoria ripesco l'arrivo di Giuliana Sgrena a Ciampino, il 5 marzo 2005, aiutata a scendere dall'aereo da un Marco Mancini in giubbetto di pelle nera e poi caricata di peso su un'ambulanza militare. Pochi fotogrammi, altra epoca, altra estetica, altro understatement, sebbene il Tg1 ci fece una diretta. Mancini sembrava appena uscito da Vivere e morire a Los Angeles di  William Friedkin, la sua foto in quell'occasione è giustamente diventata iconica (è l'unica di lui che circola sul web - un vero agente segreto).

Purtroppo a stretto giro mi sovviene, anche se non c'entra nulla ma è più recente (14 gennaio dell'anno scorso), pure l'arrivo di Cesare Battisti a Ciampino, con Matteo Salvini e Alfonso Bonafede ad attenderlo con sguardo severo. Sempre chiesto: che senso ha scomodarsi istituzionalmente per accogliere un criminale? Bastava una diretta tivù con primi piani a testimoniare il passaggio avvenuto, giusto per non rinfocolare complottismi, e via. Che tristezza. Ed è per questa strada che arriviamo a domenica scorsa, altro giro di governo, altro show, dannoso quanto il precedente: Giuseppe Conte e Luigi Di Maio tentano di rubarsi la scena per le foto posate con Aisha, pasticci di mascherine (con tricolore), regole anti-assembramenti saltate dopo pochi minuti, etc. Una pagliacciata comme il faut.

Prima della fine della diretta, avevo già impaginato mentalmente tutte le prime cinque pagine dei quotidiani italiani dei giorni successivi, foto e commenti inclusi. Ormai è scontato come vengono trattate queste cose, non c'è più nessun thrilling giornalistico. Sai già cosa dirà il Corsera, Repubblica, La Stampa, che pezzo assegnaranno a Beppe Severgnini ("Troppe cattiverie sul web. Non siamo diventati migliori?"), che titolo farà Libero (ci ho quasi azzeccato), quanta scettica e "saggia" simpatia distilleranno i titolari dei boxini dei foglietti minori, quanto decoro e diplomazia traspireranno (come goccioline di virus) dagli interventi delle firme dai capelli bianchi.

Visto che la mia bio su Twitter è "Apòta. Ristrutturo giornali", ecco un consiglio non richiesto ad esempio al futuro Domani di Carlo De Benedetti, che conterà a quanto si dice solo otto pagine da adoperare bene (anche se intuisco che sarà un quotidiano di pesante fattura tradizionale e comunque il consiglio regge anche per altre testate wannabe). Quando capitano questi fatti, il direttore si limiti ad assegnare un fogliettone di 3000 battute più un commentino di 1000, che infine collocherà d'imperio entrambi a pagina quattro, con un richiamino in prima (solo titolo). Nel fogliettone, la pura cronaca; nel commentino/spillo, l'anonimo redattore suggerisca che chiunque decida d'ora in avanti di andare "a salvare l'Africa/l'umanità/il clima" et similia (giornalisti compresi) dovrà accollarsi senza indugio l'onore e l'onere, cioè l'eventuale riscatto. Fine. Foto verdognola? Anche no.

Stravolgere la gerarchia delle notizie, minimizzarle quasi tutte (tanto sono funzionali al discorso politico), cercarne di altre riuscendo a farci otto o dodici pagine al dì, sarebbe per un giornale l'unica via di fuga dal conformismo delle "corazzate" dell'informazione mainstream e pure da quello delle barchette di carta che gli ronzano intorno nello stesso tratto di mare. Si dirà che è un suggerimento impraticabile, visto gli scambi di favori metafisici e di spazio che la politica pretende dai quotidiani, anche quelli parvenu, e viceversa. Io dico: invece si può. Leggete Roberto Zangrandi su questa edizione di Zafferano, un articolo coraggioso e inquietante, e poi ne parliamo.

Dopo le passerelle, veniamo alla glassa intellettuale. I direttori l'hanno scaltramente comminata alle donne, essendo da anni il pubblico femminile l'ipotesi di salvezza dei quotidiani. Nadia Terranova su La Stampa si rivolge retoricamente ad Aisha: "Come ti sei permessa di trasformarti, amare, cambiare idea o fartene una, usare o farti usare, mentre noi chiusi nei nostri pochi metri quadri non facevamo che ringhiare?". Dacia Maraini sull'Huffington Post afferma: "Il fatto che Silvia Romano non odi i suoi carcerieri scandalizza, manda su tutte le furie coloro che l'hanno attaccata". Elena Stancanelli approfondisce la Terranova sempre su La Stampa e vira il discorso sul corpo della donna come luogo di misfatti ideologici (maschilisti): "Anziché scagliarci contro i carcerieri, ci scagliamo contro la carcerata. Che cosa le vogliamo far pagare, adesso che è finalmente in salvo?". Il suo è un pezzo battagliero e divisivo, non c'è che dire, che però non risponde alla domanda (la risposta sarebbe tremenda, infatti) preferendo concludere in filosofia: "La colpa siamo noi, che continuiamo a pensare al corpo delle donne come un campo di battaglia, una posta in palio, un altare o una latrina. È così difficile pensare che si tratta di un essere umano che ha sofferto al di là della nostra immaginazione, che merita rispetto, e silenzio?".

Anche questi pezzi si potevano tutti scrivere in anticipo, declinandoli e aggiustandoli di poco a seconda dei fatti che vogliono commentare (femminicidi, rapimenti, etc.). Risalta come al solito, in essi, la mancanza di dubbio radicale verso una storia ambigua che di dubbio ne meriterebbe parecchio (per fortuna ci sono state le riflessioni di Carlo Jean), il buttarla sempre sul corpo e sull'amore con un vocabolario biopolitico pesantemente invecchiato e l'incredibile, perenne, vittimistica torsione dei fatti (se gli uomini si mettessero un giorno a raccontare, loro sì, quanto sono sacrificabili in ogni contesto e in ogni situazione, molto più sacrificabili delle donne, ne uscirebbe un'epica millenaria).

Certo, sappiamo da tempo che gran parte dei media sono una porcilaia di pensieri in libertà, non meno di tanti altri ambienti dopotutto, quindi cerchiamo di non restare delusi più di tanto.  Versiamoci uno scotch & soda e archiviamo pure questa settimana trascorsa sotto il sorriso di Aisha, inebetito o no che esso sia (cit. Pascal).

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