IL Signor Direttore


La drôle de guerre della Lega, il whisky, i refusi, il virus

Dal diario del Signor Direttore. Settimana 23-27 marzo.

Tocca andare di corsa anche questa volta, più della precedente. Non c'è mai tempo di cesellare articoli stile Rabelais, alla Fatto, al Foglio, paginoni Corsera / Lettura, di diventare un pensatoio stile Rep, di muoversi agilmente tra la Verità e il Dubbio, di metter giù un Manifesto (nel nostro caso, sarebbe in stile futurista). Che ne sarà di Zafferano? Non saperlo è il suo bello.

Che fine ha fatto il rispetto delle uniformità redazionali? Cercare uno in gamba che faccia il desk (con che soldi? chiedere all'Editore di chiedere al Signor CEO). Comunque fa bene Riccardo, nell'ultimo Cameo, a mettere "virus" tra virgolette.

Gran successo per la rubrica Cool memories alimentata (involontariamente) da Jean Baudrillard. E allora raddoppiamo e lanciamo Il Signor Postino. Ma ci si ferma qui. Non siamo mica il post office di Babbo Natale. Quindi su questo Z53 Baudrillard scrive una cartolina a Roberto Burioni e William Blake ha qualcosa da dire a Papa Francesco. Si rassegni, Santo Padre, Blake come interlocutore è sempre meglio che Scalfari. 

Lunedì 23, sera tardi. Interrompo la rilettura del Rinvio di Sartre. Mi segnalano una diretta Facebook di Bagnai. Giacca nera con spilla d'oro della Lega (Alberto da Giussano), maglioncino grigio con collo a V, cravatta bordeaux, bicchiere di scotch - presumo, il bourbon non è da lui - a portata di  mano. Aria stanca. Spiega. Spiega ancora. Fa sapere. Professore o senatore? Devo prendere appunti? La matita è spuntata. Mi soffermo a riflettere. La Lega continua a spiegare, a fare pedagogia, a illustrare i meccanismi contorti a causa dei quali non può agire o può solo gridare al fuoco al fuoco. Forse questa è l'unica strada che può percorrere. Ma così diventa una lezione perpetua, snervante, che tradisce pure una lieve diffidenza verso gli allievi, gli elettori, che si ritiene non abbiano interiorizzato nulla o quasi e che non siano ancora pronti per l'esame (o per la rivoluzione: ma quale? O per il voto, che se continua così sarà tuttavia solo una formalità). Pure le dirette lacustri di Borghi sullo stesso tono. Ormai guardo più la scenografia che i contenuti. Il whisky, il lago: aromi di giovinezza. Perché non anche un biliardo da qualche parte?

Vado per sensazioni. C'è un clima alla Fogazzaro in questi giorni. Sarà il virus. Pare L'imperio di De Roberto. Quella Roma lì, vagamente dannunziana.

L'execution leghista va per le lunghe. 

Riprendo Il rinvio. Gran romanzo, sia detto al di là di destra e sinistra. Letto vent'anni fa, quando mi accusavano sempre di leggere solo autori morti. Incipit memorabile. Lo ricopio per puro piacere e per i lettori di Zafferano.

Le sedici e trenta a Berlino, le quindici e trenta a Londra. L'albergo si annoiava sulla sua collina, deserto e solenne, con un vecchio dentro. Ad Angoulême, a Marsiglia, a Gand, a Douvres, la gente pensava: "Che cosa farà? Sono le tre passate, perchè non scende?". Egli era seduto nel salone dalle persiane dischiuse, gli occhi fissi sotto le folte sopracciglia, a bocca semiaperta, come se rievocasse un ricordo antichissimo. Non leggeva più, e la vecchia mano chiazzata, che stringeva ancora i fogli, gli pendeva lungo le ginocchia. Si volse verso Horace Wilson, domandò: "Che ora è?" e Horace Wilson disse: "Le quattro e mezza circa". Il vecchio alzò i grossi occhi, ebbe un risolino amabile e disse: "Fa caldo".

Pausa. Tra poco farà caldo anche qui. L'estate è una stagione che non sopporto, ad eccezione che sul Baltico (marina russa, non polacca).

Un calor rosso, crepitante, laminato s'era rovesciato sull'Europa; la gente aveva caldo sulle mani, in fondo agli occhi, nei bronchi; aspettava, nauseata di afa, di polvere e d'angoscia. Nel vestibolo dell'albergo, i giornalisti attendevano. Nel cortile, tre autisti aspettavano, immobili al volante delle loro macchine; dall'altra parte del Reno, immobili nel vestibolo dell'Hôtel Dreesen, prussiani alti, vestiti di nero attendevano. Milan Hlinka non aspettava più. Non aspettava più dall'antivigilia. C'era stata quella pesante giornata nera, attraversata da una certezza folgorante: "Ci hanno piantato!". E poi il tempo s'era rimesso a scorrere, a casaccio, i giorni non venivano più vissuti per se stessi, non erano più che dei domani, non ci sarebbero stati mai altro che domani.

Anche noi non avremo altro che domani. Pessimo affare.

Quando si indebolirà il COVID-19? Quando riapriranno le frontiere? Quanto profondo sarà il disastro economico? Viviamo dentro a una quarantena di domande senza risposta. La scienza vi arranca dietro. Provo a immaginare come sarebbe tutto questo senza la copertura sentimentale dei media e dei social. La storia, che trent'anni fa era "finita", forse ripartirebbe subito. 

"L'ansia è l'unica emozione autentica, le altre sono inautentiche al minimo" (Freud). Diffidare.

Nel Rinvio Sartre descrive un momento storico che conosceva bene: la settimana degli accordi di Monaco, da venerdì 23 settembre a venerdì 30 settembre 1938. La tregua rinviò la guerra di un anno ed esentò molti dall'impegnarsi fin da subito - esistenzialmente, militarmente - ciascuno per la propria parte. Il rinvio dell'inevitabile. Da quanto tempo è che compriamo tempo? Oggi, se è lecito confrontare le cose grandi con le piccole, tale prassi è identica dappertutto: nella Lega, nel Pd (istituzionali collusi), in Fratelli d'Italia (istituzionali fiancheggiatori), MS5 non pervenuto, Berlusconi e i suoi mentalmente in Provenza, finestre aperte e profumo di lavanda. 

Toccherà restare apòti ancora per un bel pezzo.

Poi, un anno dopo, nel 1939, venne la drôle de guerre, la "strana guerra". Ciascun Paese, dicono le sfiancate enciclopedie digitali (scusate, ho i libri negli scatoloni da anni), l'ha chiamata a modo suo: Sitzkrieg (guerra seduta) e komischer Krieg (guerra comica) la Germania; bore war (guerra noiosa), phoney war (guerra fraudolenta) e twilight war (guerra del crepuscolo) il Regno Unito; guerra fittizia o guerra dei coriandoli l'Italia.

Mi s'accende una lampadina nella memoria. Recupero una lettera di Sartre a Jean Paulhan del 13 dicembre 1939: "Ho pensato spesso a Kafka da quando mi hanno richiamato: questa guerra gli sarebbe piaciuta, sarebbe stata per lui un buon soggetto, poteva raccontare di un uomo chiamato Gregorio K. che s'intestardisce a cercare dappertutto la guerra, avvertendone ovunque la minaccia, senza trovarla mai. Una guerra del rinvio, come certe condanne del Processo...".

Davvero dopo il virus gli italiani lasceranno lo smartphone sul divano e si getteranno anima e corpo nella "ricostruzione"? Tanti bambini in arrivo, campagne in fiore, chiese piene? Alcuni commentatori prevedono un felice ritorno alla carnalità, alla "grande estate delle cose umane" (di chi era questa espressione che ho sentito una volta, da giovane a Lione, in una canzone francese? Aragon? Qualche lettore di Zafferano può darmi una mano?).

Più probabilmente sarà una guerra dei coriandoli. Sommessa, cupa. Per adesso è possibile prevedere soltanto che estese masse umane tatuate, con lo sguardo reso vacuo dalla lunga frequentazione di schermi elettronici, usciranno per le strade alla ricerca di un po' di sole.

Martedì 24. Lettera-editoriale di Vittorio Feltri a Matteo Salvini. "Caro Salvini, se ci sei batti un colpo". Un pezzo divertente.

Mercoledì 25. Paginone, è indifferente su quale testata, a firma di Lorenzo Bini Smaghi (la sua bio su Twitter: "Firenze, La Marsa, Bruxelles, Louvain-la-neuve, Los Angeles, Chicago, Roma, Frankfurt, Paris") dedicato agli Eurobond. Sarebbero da fare, secondo lui, a due condizioni: 1) un ampio trasferimento di competenze economiche e sociali dal livello nazionale a quello europeo, necessario per dare all’Unione la capacità di finanziare titoli europei, 2) togliere il veto alla riforma del MES. Questi son sempre testi da leggere con cura, nonostante e proprio per la noia che esalano.

Una bottiglia di Johhny Walker etichetta verde, poco sofisticato ma tra i migliori, un blended e non un single da fighetti, uno "scotch da lavoro" come me lo definì un barman di Venezia, oggi costa 50 euro. A trovarla.

Risposta di Salvini all'editoriale di Feltri. Trascurabile.

Giovedì 26. Lenzuolata di Baricco su Rep: "Virus, è arrivato il momento dell'audacia". Non ce la posso fare. Restiamo apòti.

Venerdì 27, sei del mattino. Newsletter di test per Zafferano 53.  Caccia ai refusi.







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In questo numero hanno scritto:

Tommy Cappellini (Lugano): lavora nella “cultura”, soffre di acufene, ama la foresta russa
Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale, follower di Seneca ed Ulisse, tifoso del Toro
Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro