IL Cameo


L'altra faccia del virus

L'altra faccia del virus

Condividi:

Ho sempre sostenuto che questa mostruosa “Crisi” economica, politica, culturale non è imputabile al “Virus” ma a come le leadership al potere lo hanno gestito.

Lui è uno dei tanti attori sul palcoscenico della nostra vita sulla Terra, con i quali sappiamo, da sempre, di dover fare i conti. Secondo l’Imperial College di virus ce ne sono 1,6 milioni ancora da scoprire. Avere dei Piani B o Z. contro terremoti, tsunami, esplosioni nucleari, virus, è compito delle leadership dei singoli Paesi. La giustificazione “non lo conoscevamo”, è risibile perché la Corea del Sud il piano l’aveva e l’ha applicato, e la stessa Germania si è mossa in modo pianificato. Nessuno che citi la Florida che “praticamente non ha mai chiuso e che sta andando verso lo spegnersi della pandemia con una mortalità per 100.000 abitanti che è poco più di un decimo di New York, dove si è praticato un lockdown rigidissimo”. Parola del professor Guido Silvestri (virologo, immunologo, professore ordinario e capo dipartimento Università di Atlanta) condivise da un lungo elenco di scienziati che si ritrovano nel suo documento Covid-19 Ritorno alla normalità .

I colpevoli della “Crisi” che ne è seguita, a mio personale parere, sono le principali leadership. Queste avevano a disposizione più opzioni di difesa. La maggioranza dei Paesi ha scelto, legittimamente, un lockdown radicale, altri, come Corea del Sud, Israele, Taiwan, in parte la Germania, la Svezia, hanno scelto soluzioni più articolate. Essendo leadership politico-economiche, sapevano perfettamente quali sarebbero state le implicazioni politiche economiche culturali che ne sarebbero seguite. Il prezzo totale da pagare era sia quello dei morti per abitanti, sia quello della conseguente povertà e distruzione del tessuto sociale esistente.

Il Premier spagnolo Pedro Sanchez ha sostenuto che la Spagna, se non avesse seguito le sue direttive (modello lockdown classico), anziché 27.563 morti ne avrebbe avuti 300.000. Se facessimo la stessa domanda a Donald Trump, Angela Merkel, Emmanuel Macron, Giuseppe Conte e a tutti i virologi di regime (OMS) probabilmente ci direbbero la stessa cosa, sparacchiando numeri vari, tanto nessuno potrebbe contestarli.

La Svezia, nella persona del suo leader Stefan Löfven, è stata trasparente verso il suo popolo, limitandosi a dare suggerimenti su come comportarsi, senza fare alcun blocco. Giusto? Sbagliato? Gli svedesi sapevano i rischi che correvano. In fondo, come gli italiani nel 1957 in occasione dell’Asiatica. Io c’ero, ero operaio in Fiat, avevo 23 anni, non avevamo la mascherina, il distanziamento sul tram n° 1 (Cimitero-Fiat Mirafiori) delle 6,30 era zero, mentre sulla linea di montaggio era di una decina di centimetri. I morti furono 30.000 (come oggi) con, ci dissero, il 50% della popolazione contagiata. Ma il Governo non creò alcun terrore, non c’era nessuna alcuna task force e il Premier Adone Zoli non aveva alcuni vanità di essere Winston Churchill. All’uscita dal lavoro ci divertivamo facendo comunella (pur essendo operai, padroneggiavamo l’italiano meglio delle élite di oggi: il termine assembramento lo usavamo solo nelle manifestazioni, quando avevamo intenzioni ostili verso la dirigenza Fiat. Come impone la Treccani).

Purtroppo in Occidente su qualsiasi problema ormai si scontrano due modi di vedere il mondo, i “numeri” sono letti di volta in volta in modo radicalmente diverso. Per fortuna la rete registra tutto, è sufficiente andare a prendere i filmati, gli articoli, le dichiarazioni e ne esce un profilo umano, professionale, etico, del personaggio (politico, virologo, giornalista) per lui spesso imbarazzante.

I conti si faranno alla fine e dovranno tener conto, ripeto, del numero dei morti, della distruzione di ricchezza e degli strappi, spesso irreparabili, del tessuto sociale. C’è però un punto incontrovertibile. Quei Paesi che hanno limitato al minimo il lockdown, alla ripartenza dovrebbero avere una struttura economico-finanziaria-logistico-produttiva simile a quella di prima. Invece, quelli che si indebiteranno per distribuire a pioggia delle mance con finalità politiche renderanno servo il Paese.

Dalle macerie che ci circondano, restano alcune considerazioni e una domanda. Le leadership che si sono nascoste dietro il classico worst case scenarios” non sono leadership. Una domanda. Quanto durerà la ricostruzione? Quelli che dovranno pagarla, i milioni di disoccupati che si creeranno (i conti li faremo a settembre), cioè quel che resta della classe media e delle classi povere, ulteriormente impoverite, e finora sedate, come reagiranno?

Solo vivendo lo sapremo.

© Riproduzione riservata.
Condividi l'articolo con un tuo amico o sui social network:
Zafferano

Zafferano è un settimanale on line.

Se ti abboni ogni sabato riceverai Zafferano via mail.
L'abbonamento è gratuito (e lo sarà sempre).

In questo numero hanno scritto:

Giordano Alborghetti (Bergamo): curioso del software libero, musicofilo, amante del mare
Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Tommy Cappellini (Lugano): lavora nella “cultura”, soffre di acufene, ama la foresta russa
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale, follower di Seneca ed Ulisse, tifoso del Toro
Giovanni Maddalena (Termoli): filosofo del pragmatismo, della comunicazioni, delle libertà. E, ovviamente, granata
Barbara Nahmad (Milano): pittrice e docente all'Accademia di Brera. Una vera milanese di origini sefardite
Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro
Roberto Zangrandi (Bruxelles): lobbista